In un contenzioso legale la vera vittoria non si misura solo attraverso la sentenza del giudice, ma anche e soprattutto nella capacità delle persone coinvolte di gestire le emozioni che caratterizzano l’esperienza giudiziaria: emozioni come dolore, paura e rabbia possono creare una tale “nebbia emotiva” da rendere la persona incapace di vedere la realtà in maniera oggettiva e, conseguentemente, di agire e operare scelte – nell’interesse proprio e delle persone coinvolte – con la necessaria lucidità e centratura.
È qui che il Legal Coaching ad approccio strategico diventa uno strumento determinante perché permette di recuperare la sfera di influenza sugli eventi: il cliente passa dalla posizione di vittima che subisce gli eventi, ostaggio di sé e delle proprie emozioni, a persona che diventa per la prima volta o torna ad essere il regista del proprio futuro.
Il coaching per decidere e agire efficacemente
Il coaching strategico non è terapia, ma un intervento pragmatico. Per chi affronta un contenzioso, significa recuperare la capacità di decidere e agire efficacemente in momenti della vita dove le emozioni di rabbia, dolore e paura rischiano di prendere il sopravvento con esiti disfunzionali per l’equilibrio emotivo della persona coinvolta e dei suoi cari, oltre che con il significativo rischio di perdere di vista ciò che è più conveniente fare per tutelare i propri interessi.
Il caso di E. è stato emblematico. Arrivato in prima sessione in preda a forti emozioni di dolore e paura per un contenzioso giudiziale complesso che coinvolgeva interessi famigliari, non solo viveva ogni confronto con il suo avvocato, il giudice e i consulenti come una tortura psicologica, ma soprattutto agiva da vittima e non da protagonista dello “scenario giudiziario” in cui, suo malgrado, si era trovato.
Il suo non era solo un blocco emotivo, ma un vero e proprio blocco operativo alimentato da una visione rigida della realtà: la convinzione che, essendo dalla parte del giusto, la verità sarebbe sicuramente emersa, assumendo così il ruolo della vittima incapace di poter influenzare in qualunque modo il corso degli eventi e del giudizio.
Nel modello di coaching strategico l’obiettivo del supporto al coachee è quello di agevolare il cambiamento tramite esperienze emozionali correttive. Nel caso di E., assegnatomi dalla scuola di Coaching Strategico Esperienziale FYM, ho avuto la chiara percezione della potenza del coaching strategico in azione.
Il modello strategico applicato al contesto legale
Utilizzando le tecniche del Modello Strategico, il coach non si perde nella ricerca del “perché” di quella emozione, nel caso specifico il dolore, ma lavora su “come” farlo defluire al fine di consentire al coachee non di eliminarlo ma di distanziarsene.
Prima è stato necessario agire sul dolore che E. riferiva di provare al fine di sbloccare risorse altrimenti inaccessibili alla persona: il dolore per un progetto di vita fallito, atteggiamenti auto-colpevolizzanti e un contenzioso giudiziario che era il costante testimone di quel fallimento.
La tentata soluzione disfunzionale che E. riferisce di mettere in atto è quella di fare di tutto per evitare di pensare a ciò che gli era accaduto cercando di distrarsi, lavorando fino a tardi, eludendo deliberatamente il confronto con pensieri, ricordi ed emozioni dolorose e, tuttavia, come sovente accade a tutti noi – più si cerca di non pensare a qualcosa che ci fa male o ci crea disagio – più quel dolore, non solo non passa, ma quando riaffiora dopo che ci si è illusi per un po’ di averlo eliminato, sembra anche più opprimente di prima.
Nella prima sessione attraverso tecniche e strumenti specifici del Modello Strategico, il coachee è stato supportato nell’affrontare e gestire in modo funzionale l’emozione dolore.
La ferita di E. incomincia così piano piano a cicatrizzarsi al punto che il coachee passa dall’essere completamente immerso nelle sue emozioni di dolore nella prima sessione, a dichiarare – già nella terza sessione – di riuscire a guardare a ciò che gli è accaduto con distacco, come se fosse un osservatore esterno.
Il dialogo strategico e il cambio di prospettiva del coachee
Questo effetto di distanziamento emotivo è il primo passo in vista del lavoro sulla performance di E. nell’arena giudiziaria. A questo punto, con l’uso del dialogo strategico incomincio ad inserire un piccolo dubbio sull’idea manifestata dal coachee che, essendo lui “nel giusto”, non dovrebbe lottare, né fare nulla: afferma infatti di voler lasciare che le cose vadano come devono, convinto che, se esiste una giustizia, ci saranno occhi capaci di vedere la verità senza che lui debba fare alcuno sforzo per dimostrarla. Questa sua credenza, da una parte lo solleva dalla fatica di affrontare il conflitto, dall’altra lo espone al rischio di un esito giudiziario disastroso. Con il dialogo strategico viene spostato il focus del coachee sul suo dovere morale di proteggere i figli, rammentandogli la funzione “protettiva” che dovrebbero avere i genitori: sebbene lui possa sentirsi sfinito e pronto a subire come egli stesso riporta in sessione, ha il dovere di non permettere che i suoi figli subiscano le conseguenze di una sua aprioristica resa incondizionata. Il cambio di prospettiva del coachee è immediato: E.capisce che non può permettersi il lusso di essere una vittima passiva, ma ha il dovere di agire per tutelare sia se stesso, sia i suoi figli.
Dal ruolo di vittima dello scenario giudiziario a quello di protagonista consapevole
Grazie alla ritrovata centratura, E. è passato da una posizione di vittima a quella di protagonista consapevole, gestendo con lucidità gli incontri con i consulenti, con il giudice, con il suo avvocato e l’avvocato di controparte: nel corso di questi confronti, lungi dal farsi distrarre da ricordi dolorosi, annebbiare dalla rabbia e intimorire dalla paura, ha sempre mantenuto il focus su ciò che era più giusto fare nell’interesse proprio e dei suoi figli.
Il coaching non serve a “sentirsi meglio” in modo generico, ma a recuperare la capacità di agire efficacemente quando la posta in gioco è alta. Per E. riacquistare lucidità durante i confronti con periti, giudici e avvocati non è stato solo un successo personale, ma un atto di protezione verso il suo futuro e quello dei suoi figli. Come coach, ho visto l’efficacia degli strumenti del modello di coaching strategico Fym in azione: ho visto la trasformazione da vittima schiacciata dal peso del contenzioso in atto a persona capace di stare nell’arena legale con lucida determinazione e fermezza.
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Il coaching strategico non è una terapia, ma un intervento pragmatico volto a recuperare la capacità di agire efficacemente sotto pressione. Quando il cliente riacquista lucidità, smette di subire il processo e inizia a gestirlo, diventando, tra l’altro, il miglior alleato del proprio avvocato, oltre che di se stesso.
Ines Cavallone