Procrastinazione e false pause: quando “stacco un attimo” diventa un’ora

C’è una scena che si ripete spesso, in forme diverse, in molti contesti professionali: la giornata parte con una direzione chiara, magari anche con urgenze reali. Poi, a un certo punto, arriva quel pensiero apparentemente innocuo: “Mi prendo cinque minuti”, si sblocca il telefono, si scorrono due contenuti, si risponde a un messaggio, si legge una notizia. Quando si rialza lo sguardo è passata mezz’ora, altre volte molto di più.

Il punto non è solo il tempo perso ma lo stato mentale che resta dopo non è sicuramente di leggerezza, ma peso e soprattutto una distanza maggiore dal compito che stavamo svolgendo, come se riprendere fosse diventato molto più difficile di prima.

In molti percorsi di coaching, la procrastinazione non si presenta come pigrizia, si presenta come una pausa che promette sollievo e lascia, invece, un problema in più.

Il loop che si autoalimenta

Quando questo schema si ripete, tende a diventare automatico e proprio perché è automatico, la persona lo vive come un tratto inevitabile: “va bene così”. In realtà, osservando la dinamica, emerge un processo molto prevedibile.

Primo passaggio: il micro-evitamento

Prima della pausa c’è sempre una piccola frizione: il compito richiede concentrazione, espone a un giudizio o semplicemente, non dà gratificazione immediata ecco perché la mente cerca un interruttore rapido per abbassare la pressione. Il telefono è il candidato perfetto: molti stimoli, nessuna fatica e accesso immediato.

A questo punto non è ancora procrastinazione consapevole ma una deviazione minima che sembra sostenibile.

Secondo passaggio: il sovraccarico

Il problema è ciò che accade durante quella deviazione. I contenuti che incontriamo non sono mai neutri: aggiungono informazioni, confronti, urgenze altrui, notizie che aprono mille pensieri. In un caso seguito in coaching, la persona descriveva esattamente questo: dopo aver scorso il telefono per “staccare”, si sentiva più appesantita, partiva un flusso di pensieri su ciò che avrebbe potuto andare storto e tornare al lavoro diventava più faticoso.

A quel punto non si rientra al compito come prima, perché non si è più nella stessa condizione: si è più saturi e meno stabili con l’attenzione.

Terzo passaggio: la colpa

Qui entra l’elemento che trasforma una pausa in un blocco: il giudizio su di sé e iniziano le accuse: “Non dovevo farlo”, “Ho perso tempo”, “Non ho nessun controllo”. La colpa sembra motivare per evitare di ricaderci, ma spesso produce il contrario: aumenta pressione e urgenza, e l’urgenza rende più difficile iniziare bene.

Nel tempo, questo passaggio crea un effetto collaterale: la persona comincia ad associare il lavoro non solo alla fatica del compito, ma anche al peso del giudizio su di sé per il tempo perso.

Quarto passaggio: il blocco

A questo punto il compito appare più grande, non perché sia cambiato, ma perché la mente è più piena e più tesa e quando ripartire costa troppo, la fuga torna a sembrare la soluzione più rapida e il ciclo ricomincia e si autoalimenta.

Il paradosso, a questo punto, è completo: la persona usa la pausa per riprendersi, ma la pausa scelta lascia meno risorse per ripartire, poi interpreta quell’effetto come “mancanza di disciplina”, e il loop si rinforza.

Quando cambia la lettura, non il carattere

Nel coaching strategico esperienziale, il cambiamento spesso inizia quando la persona vede con precisione la sequenza che mantiene il problema e smette di confondere il risultato di un meccanismo con qualcosa che ha una propria identità.

Nel caso citato sopra, il passaggio decisivo è stato rendersi conto che il problema non era “non ho tempo”, il problema era che il tempo veniva frammentato da micro-distrazioni e che quelle pause non producevano riposo, ma saturazione.

Quando questa lettura diventa chiara, il tempo cambia struttura, non è più una lotta contro un difetto personale, ma un intervento su un processo che genera l’effetto indesiderato. L’esperienza riportata era proprio questa: recupero di minuti reali, ma ancora prima recupero di lucidità e continuità e come conseguenza, più efficacia in meno tempo.

Quello che sembrava un problema di disciplina era in realtà un problema di percezione: la persona si era convinta di avere poco tempo, e questa convinzione si era trasformata in una profezia che si autoavverava, più si convinceva di non avere tempo, più lo perdeva davvero.

Il cambiamento non è arrivato trovando più tempo, ma smettendo di perdere tempo in un loop che esisteva solo nella sua percezione.

Una domanda per chi legge

Se c’è un’idea che vale la pena portarsi via, non è “gestisci meglio il tempo”. È una domanda, concreta e verificabile: Dopo quella pausa, torno meglio o peggio di prima?

Questa domanda sposta l’attenzione dal giudizio (“non dovrei”) all’effetto (“cosa produce”) e quando l’effetto diventa evidente, diventa anche più facile riconoscere il momento esatto in cui la procrastinazione nasce: non quando “non fai”, ma quando cerchi sollievo e ottieni saturazione.

Nel lavoro su casi reali, come avviene nella pratica formativa e di supervisione continua di FYM, il valore non sta nel dare ricette, ma nel rendere visibile la logica che si ripete, in modo che la persona possa interromperla senza dover combattere contro sé stessa.

La procrastinazione smette di essere una colpa e diventa un segnale: non di pigrizia, ma di un modo specifico con cui stai gestendo pressione e attenzione.

Forse il problema non è trovare il tempo ma smettere di perdere tempo a convincersi di non averlo.

Marco Bassiato

Coach e Counselor 

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