Blog · Piercarlo Romeo
Quanto tempo serve per diventare Coach in Italia?
Per diventare coach servono mesi, non settimane: perché il tempo non è negoziabile, cosa dice la normativa e le trappole da evitare.
Voglio inaugurare così il blog della Scuola di Coaching Strategico, con una verità scomoda.
Non si diventa coach professionisti in un mese, né con un video-corso da poche ore.
L’ho già detto in altre sedi, e quello che leggerete in questo spazio, anche dai miei colleghi, chiarirà cosa vuol dire formarsi per essere d’aiuto in situazioni complesse.
Servono almeno 160 ore fra teoria e pratica, distribuite su 10-18 mesi e decine, meglio centinaia, di ore di supervisione su casi reali. L’ho detto, e non mi stancherò di ripeterlo.
Perché il tempo non è negoziabile
Parliamoci chiaro: il tempo è una variabile critica nella formazione al coaching. Ottanta ore concentrate in una settimana intensiva producono risultati molto diversi da 80 ore distribuite su 10-18 mesi. E non è un’opinione, è neurologia di base: qualsiasi competenza complessa ha bisogno di tempo per maturare, essere allenata e consolidata con la pratica ripetuta e il feedback continuo.
Come dice il mio collega Alberto De Panfilis nel video «Quanto tempo ci vuole per diventare Coach Professionisti?», distribuire la formazione nel tempo è una necessità biologica. Il cervello ha bisogno di intervalli, ripetizioni, supervisioni e applicazioni concrete per trasformare la conoscenza in abilità. Il fast food della competenza professionale non esiste.
Le principali associazioni professionali chiedono un percorso minimo di 60-80 ore su almeno tre mesi. Ma i percorsi seri richiedono almeno 80 ore di teoria più 80 ore di pratica, 160 ore in tutto, su 10-12 mesi. E per pratica intendo casi reali, interi, dalla prima all’ultima sessione, con clienti reali esterni alla scuola. Tutto il resto è marketing.
La normativa italiana: cosa devi sapere prima di spendere
In Italia la professione di coach è disciplinata dalla legge 4/2013 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi. Tradotto: l’esercizio della professione è libero e fondato sull’autonomia professionale. Iscriversi a un’associazione non è obbligatorio e non servono titoli né attestati. Chi ti dice il contrario mente: se mente senza volerlo è grave, perché non conosce le norme. Se mente volendolo è più grave, perché usa gli attestati per portare iscritti alla propria scuola.
Questo non vuol dire che formarsi non serva. Anzi, proprio perché è una libera professione, spiccare per qualità è secondo noi il modo migliore, se non l’unico, per entrarci a pieno titolo.
La norma UNI 11601, aggiornata nel 2024, definisce i requisiti del servizio di coaching: competenze, abilità e standard minimi di formazione. Non ha valore di legge, ma è il riferimento principale per valutare la qualità della formazione. E qui casca l’asino.
Attenzione alla terminologia: nessuna scuola privata può rilasciare «certificazioni» o «diplomi» in senso legale, ma solo attestati di formazione. «Certificazione» e «diploma» sono termini riservati rispettivamente agli enti accreditati da Accredia e agli istituti riconosciuti dal Ministero e dalle Regioni. Chi li usa a sproposito viola la normativa o, nel migliore dei casi, la conosce poco. E noi preferiamo lavorare con persone che sanno dove mettono i piedi.
Voglio essere un bravo coach, una brava coach: cosa devo fare?
1. Teoria fondata su modelli validati
Il coaching professionale non può basarsi su tecniche motivazionali o approcci pseudo-scientifici. Una formazione seria si fonda su modelli validati sul campo. Noi abbiamo scelto il nostro e lo dichiariamo.
Il coaching strategico è ispirato agli studi di Paul Watzlawick e Giorgio Nardone del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Privilegia metodi orientati al problema, alla soluzione e all’azione, con risultati concreti e misurabili: strumenti per produrre cambiamenti rapidi ed efficaci in contesti professionali e sportivi definiti e niente promesse di «sbloccare il potenziale infinito» o altre frasi da biscotto della fortuna.
Non chiudiamo gli occhi davanti agli altri modelli. Li conosciamo e spingiamo i nostri studenti a conoscerli, per scegliere con consapevolezza la propria strada.
2. Clienti reali per i coach in formazione
Questo è il discrimine fra una formazione seria e un corso generico: la quantità e la qualità della pratica. Sessioni con clienti reali, su problemi concreti, supervisionate da coach senior che ti dicono dove stai sbagliando. Non simulazioni fra colleghi di corso che fanno finta di avere problemi, né role-play in cui tutti sono gentili e collaborativi.
Una scuola professionale deve offrire centinaia di ore l’anno di pratica supervisionata. Centinaia, non «qualche sessione di prova». Solo con l’esperienza diretta su casi reali si impara a gestire le dinamiche relazionali, le resistenze al cambiamento, gli imprevisti e le situazioni critiche di un percorso.
Io vengo dalle arti marziali: per imparare a combattere devi combattere. Puoi conoscere tutti i kata del mondo, ma la prima volta che metti i guantoni e qualcuno ti tira un pugno vero scopri che la teoria è una cosa e la pratica un’altra. Nel coaching è identico. Senza pratica reale un coach resta uno studente teorico che non ha mai messo i guantoni.
Vogliamo formare professionisti capaci di dare al cliente pagante quello che chiede: risultati. Sarebbe giusto formare coach i cui primi clienti fanno da cavia?
3. Supervisione continua e aggiornamento, per sempre
La supervisione è il terzo pilastro. Qui molti si fermano: pensano che dopo il corso e l’attestato siano «arrivati».
Anche dopo la formazione e le prime decine di ore di pratica, un coach continua a confrontarsi con colleghi più esperti, analizza i propri casi, riconosce i propri limiti (ne abbiamo tutti) e affina le competenze.
Le scuole serie offrono supervisione costante, aggiornamento senza limiti e accesso permanente alla comunità professionale. Non un corso che finisce con un attestato e un «ciao, buona fortuna», ma un ambiente che accompagna il coach per tutta la carriera. Perché questo mestiere si impara facendolo, sbagliando, correggendosi e migliorando ogni giorno.
Le trappole da evitare
Video-corsi low cost e certificazioni express
Come può un video-percorso da 7 dollari prepararti ad aiutare professionalmente altre persone? Non può. Questi prodotti vendono l’illusione della competenza rapida. Ottieni un PDF con scritto «certificato» da appendere al muro e nessuna capacità operativa.
Il problema non è solo etico. Un coach formato così non saprà gestire casi complessi, produrre risultati misurabili o giustificare tariffe professionali e resterà in un mercato amatoriale, a competere al ribasso con migliaia di «coach certificati in una settimana» che offrono sessioni a 20 euro perché non hanno altro modo per posizionarsi.
Mai avrei pensato di dover scrivere che non si diventa coach con 7 dollari. Eppure eccoci qui.
Il percorso realistico
Diventare coach professionista è un percorso a fasi. Niente magie, niente scorciatoie.
Fase 1, formazione di base (10-12 mesi): 80-200 ore di teoria su modelli, tecniche, strumenti e contesto normativo, distribuite nel tempo per lasciare che le competenze maturino. Qui impari le basi e il vocabolario del coaching.
Fase 2, pratica supervisionata (6-12 mesi): centinaia di ore su casi reali con supervisione costante di coach senior, analisi degli errori (e ne farai, credimi), correzioni e affinamento. Qui impari il mestiere, cadendo e rialzandoti sotto lo sguardo di chi ha già fatto i tuoi stessi errori.
Fase 3, sviluppo professionale continuo (tutta la carriera): aggiornamento, comunità professionali, supervisione sui casi complessi, specializzazioni in business coaching o sport coaching. Qui non finisce mai, perché il mestiere evolve e tu con lui.
I coach che seguono questo percorso con serietà possono chiedere tariffe professionali di 150-300 euro a sessione, ottenere mandati da aziende strutturate e costruirsi una reputazione. Chi cerca scorciatoie resta in un mercato amatoriale, saturo e poco remunerativo.
Conclusione: la professionalità non ha scorciatoie
Non si diventa coach professionisti in una settimana, in un mese o con un video-corso economico. Servono tempo, un investimento serio, centinaia di ore di pratica supervisionata e sviluppo continuo. Chi promette risultati rapidi vende illusioni.
Il coaching è una consulenza di processo su misura, che richiede metodo, esperienza sul campo e capacità che si sviluppano in anni di pratica.
Noi abbiamo scelto di puntare alla qualità dei contenuti, dei modelli, dei protocolli, delle tecniche e soprattutto della supervisione e della pratica su casi reali, perché nessuno dei nostri coach debba sentirsi in imbarazzo quando mette i guantoni sul serio.
Se vuoi diventare coach professionista, scegli questa strada: formazione seria, pratica reale, supervisione costante. Il mercato riconosce e premia chi investe nella propria competenza con serietà, nel tempo.
Buon coaching a tutti.
Piercarlo Romeo