Voglio inaugurare così il blog della Scuola di Coaching Strategico, con una verità scomoda.
Non si diventa coach professionisti in un mese, né con un video-corso da poche ore.
L’ho detto già in altre sedi, ma da ciò che leggerete in futuro in questo spazio, anche da parte dei miei colleghi, vi renderà più chiaro cosa significa formarsi per essere davvero di aiuto in situazioni complesse.
Servono almeno 160 ore tra teoria e pratica, distribuite su 10-18 mesi, decine (ma meglio centinaia) di ore di supervisione su casi reali per sviluppare competenze professionali solide.
L’ho detto. E non mi stancherò mai di ripeterlo.
Perché il tempo non è negoziabile nella formazione
Parliamoci chiaro: il tempo è una variabile critica nella formazione al coaching. Ottanta ore concentrate in una settimana intensiva producono risultati completamente diversi rispetto a 80 ore distribuite su 10-18 mesi. E non è un’opinione: è neurologia di base. Qualsiasi competenza complessa necessita di tempo per maturare, essere allenata e consolidata attraverso la pratica ripetuta e il feedback continuo.
Come sottolinea il mio collega Alberto De Panfilis nel video “Quanto tempo ci vuole per diventare Coach Professionisti?”, la distribuzione temporale della formazione non è un capriccio burocratico ma una necessità biologica. Il cervello ha bisogno di intervalli, ripetizioni, supervisioni e applicazioni concrete per trasformare la conoscenza teorica in abilità operativa reale. Non esiste il “fast food” della competenza professionale.
I requisiti delle principali associazioni professionali di coaching prevedono un percorso minimo di almeno 60-80 ore distribuite su un arco temporale minimo di 3 mesi. Tuttavia, e qui sta il punto, i percorsi professionalizzanti seri richiedono almeno 80 ore di teoria + 80 ore di pratica come minimo, per un totale di 160 ore spalmate su 10-12 mesi. E quando usiamo la parola pratica, non intendo simulazioni, ma pratica su casi reali, interi (quindi dalla prima fino all’ultima sessione) e con clienti veri (quindi esterni alla scuola). Tutto il resto è marketing.
La normativa italiana sul coaching: cosa devi sapere prima di buttare soldi
In Italia, la professione di coach è disciplinata dalla Legge 4/2013 sulle professioni non organizzate in ordini o collegi. Tradotto: l’esercizio della professione è libero e fondato sull’autonomia professionale. Non è obbligatorio iscriversi ad alcuna associazione per esercitare legalmente. Non servono titoli, né attestati. E chi ti dice il contrario, mente. Se mente involontariamente è grave, perché non conosce le norme italiane sulla professione. Se mente volontariamente, è ancor più grave, in quanto usa i concetti di attestati per manipolare la realtà e avere iscritti alla propria scuola.
Questo non vuol dire che non sia importante formarsi. Anzi, proprio perché è una libera professione, elevarsi al di sopra della media e spiccare per eccellenza è, secondo noi, il miglior, se non l’unico, modo per inserirsi a pieno titolo in questa professione.
La Norma UNI 11601:2015 (aggiornata nel 2024) definisce invece i requisiti professionali del coach, stabilendo le competenze, le abilità e gli standard formativi minimi richiesti dal mercato professionale. Questa norma tecnica non ha valore di legge, ma rappresenta il riferimento principale per valutare la qualità della formazione. E qui casca l’asino.
Attenzione alla terminologia (e qui facciamo un po’ di educazione normativa): nessuna scuola privata può rilasciare “certificazioni” o “diplomi” in senso tecnico-legale, ma solo attestati di formazione. I termini “certificazione” e “diploma” sono regolamentati dalla legge italiana e riservati rispettivamente agli enti di certificazione accreditati Accredia e agli istituti riconosciuti dal MIUR e dalle Regioni. Chi usa questi termini impropriamente sta violando la normativa vigente o, nel migliore dei casi, dimostra una scarsa conoscenza del contesto normativo italiano. E noi preferiamo lavorare con persone che sanno dove stanno mettendo i piedi.
Voglio essere un bravo coach, una brava coach, cosa devo fare?
1. Teoria fondata su modelli validati
Il coaching professionale non può basarsi su tecniche “motivazionali” o approcci pseudo-scientifici, l’ho già detto in altre occasioni.
Una formazione seria si fonda su modelli validati sul campo.
Noi abbiamo scelto il nostro e lo dichiariamo.
Il Coaching Strategico Esperienziale è ispirato agli studi di Paul Watzlawick e Giorgio Nardone del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. L’approccio strategico privilegia metodi problem-oriented, solution-oriented e action-oriented, con focus su risultati concreti e misurabili. Non promesse vaghe di “sbloccare il potenziale infinito” o altre frasi da biscotto della fortuna, ma strumenti operativi per produrre cambiamenti rapidi, efficaci e sostenibili in contesti professionali e sportivi definiti.
Non chiudiamo gli occhi davanti ad altri modelli, li conosciamo e non perdiamo occasione per spingere i nostri studenti a conoscere e approfondire, per poi scegliere consapevolmente la propria strada da coach.
2. Clienti veri per i coach in formazione (non simulazioni tra amici)
Questo è il vero discrimine tra una formazione seria e un corso generico: la quantità e la qualità della pratica. Non simulazioni tra colleghi di corso che fanno finta di avere problemi, non role-play teorici dove tutti sono gentili e collaborativi, ma sessioni di coaching con clienti veri, su problematiche concrete, supervisionate da coach senior che ti dicono dove stai sbagliando.
Una scuola professionale deve offrire centinaia di ore annue di pratica supervisionata. E quando dico centinaia, intendo centinaia, non “qualche sessione di prova”. Solo attraverso l’esperienza diretta su casi reali è possibile sviluppare la capacità di gestire la complessità delle dinamiche relazionali, le resistenze al cambiamento, gli imprevisti e le situazioni critiche che emergono durante un percorso di coaching.
Io vengo dalle arti marziali: per imparare a combattere devi combattere, non solo guardare video o studiare tecniche teoriche. Puoi conoscere tutti i kata del mondo, ma la prima volta che indossi i guantoni e qualcuno ti tira un pugno vero, scopri che la teoria è una cosa e la pratica è un’altra. Nel coaching è identico.
Senza pratica reale, un coach rimane uno “studente teorico” che non ha mai indossato i guantoni professionali.
Desideriamo formare professionisti in grado di rispondere alla domanda del cliente pagante: avere risultati. Sarebbe giusto formare coach a cui i primi clienti faranno da cavia per i primi veri esperimenti?
3. Supervisione continua e aggiornamento permanente (per sempre)
La supervisione è il terzo pilastro imprescindibile della professionalità. E qui molti si fermano: pensano che dopo il corso e l’attestato siano “arrivati”.
Anche dopo la formazione iniziale e le prime decine di ore di pratica, un coach professionista deve continuare a confrontarsi con colleghi più esperti, analizzare i propri casi, riconoscere i propri limiti (ne abbiamo tutti) e affinare costantemente le proprie competenze.
Le scuole serie offrono supervisione costante, aggiornamenti illimitati e accesso permanente alla comunità di pratica professionale. Non un corso che finisce con un attestato e un “ciao, buona fortuna”, ma un ecosistema formativo-professionale che accompagna il coach dalla formazione iniziale allo sviluppo professionale continuo per tutta la carriera. Perché questo è un mestiere che si impara facendolo, sbagliando, correggendosi e migliorando ogni giorno.
Le trappole da evitare: falsi miti e promesse vuote
Video-corsi low-cost e certificazioni express (il fast food della formazione)
Come può un video-percorso da 7 dollari prepararti ad aiutare professionalmente altre persone? La risposta è semplice e brutale: non può. Questi prodotti commerciali vendono l’illusione della competenza rapida, non la competenza stessa. Ottieni un PDF con scritto “certificato” da appendere al muro, ma nessuna capacità operativa reale.
Il problema non è solo etico (ingannare chi compra), ma professionale: un coach formato in questo modo non sarà mai in grado di gestire casi complessi, produrre risultati misurabili o giustificare tariffe professionali. Rimarrà intrappolato in un mercato amatoriale, competendo al ribasso con migliaia di altri “coach certificati” in una settimana che offrono sessioni a 20 euro perché non hanno altro modo per posizionarsi.
Mai avrei pensato di dover scrivere che non si diventa coach con 7 dollari, eppure eccoci qui. La mercificazione della formazione ha raggiunto livelli imbarazzanti.
Il Percorso realistico: dalla formazione alla professione
Diventare coach professionista è un percorso articolato che si sviluppa in fasi progressive. Niente magie, niente scorciatoie:
Fase 1 – Formazione di base (10-12 mesi): 80-200 ore di formazione teorica su modelli, tecniche, strumenti e contesto normativo, distribuite nel tempo per permettere l’assimilazione e la maturazione delle competenze. Qui impari le basi, i fondamentali, il “vocabolario” del coaching.
Fase 2 – Pratica supervisionata (6-12 mesi): centinaia di ore di pratica su casi reali con supervisione costante da parte di coach senior, analisi degli errori (e ne farai, credimi), correzioni metodologiche e affinamento delle capacità operative. Qui impari davvero il mestiere, cadendo e rialzandoti sotto lo sguardo di chi ha già fatto i tuoi stessi errori.
Fase 3 – Sviluppo professionale continuo (tutta la carriera): aggiornamento permanente, partecipazione a comunità professionali, supervisione sui casi complessi, specializzazioni verticali su Business Coaching o Sport Coaching. Qui non finisce mai, perché questo è un mestiere che evolve continuamente e tu devi evolvere con lui.
I coach che seguono questo percorso con serietà possono giustificare tariffe professionali di 150-300 euro a sessione, ottenere mandati da aziende strutturate e costruire una reputazione solida nel mercato. Chi cerca scorciatoie rimane intrappolato in un mercato amatoriale saturo, poco remunerativo e francamente imbarazzante.
Conclusione: la professionalità non ha scorciatoie
Non si diventa coach professionisti in una settimana, in un mese o con un video-corso economico. Servono tempo, investimento economico serio, pratica supervisionata su centinaia di ore e sviluppo continuo delle competenze. Chi dice il contrario ti sta mentendo per venderti qualcosa.
Chi promette risultati rapidi sta vendendo illusioni, non formazione professionale. Il coaching è una consulenza di processo altamente personalizzata che richiede metodo rigoroso, esperienza sul campo e capacità sviluppate attraverso anni di pratica. Non esiste la versione “fast food” della competenza professionale.
Anziché intraprendere la strada della banalizzazione e della mercificazione delle promesse e degli attestati, noi abbiamo scelto di differenziarci e puntare all’eccellenza. Eccellenza dei contenuti, dei modelli, dei protocolli, delle tecniche e, soprattutto, della supervisione e della pratica su casi reali, in modo che nessuno dei nostri coach possa sentirsi in imbarazzo nell’indossare i “guantoni” nella pratica reale del Coaching.
Se vuoi davvero diventare coach professionista, scegli la strada dell’eccellenza: formazione seria, pratica reale, supervisione costante. Il mercato professionale riconosce e premia solo chi investe nella propria competenza con serietà e dedizione nel tempo.
Buon coaching a tutti.
Piercarlo Romeo